Una testimonianza autentica e delicata, in cui una mamma racconta la sua esperienza e ciò che avrebbe voluto sapere sull’importanza di stimoli, osservazione e consapevolezza nei primi mesi di vita del suo bambino.
Quando ero incinta, tutti mi dicevano le stesse cose: “Speriamo che dorma!”, “Preparati, non avrai più tempo per te”, “Riposati ora perché dopo vedrai cosa ti aspetta!”.
Mi avevano messo in guardia da ogni possibile scenario fatto di pianti, notti insonni e giornate infinite. Nessuno, però, mi aveva preparata all’idea opposta: che mio figlio potesse essere un bambino troppo tranquillo.
È nato sereno, pacifico, quasi zen. Dormiva tanto, si accontentava di stare nella culla ad ascoltare la musica o a fissare la giostrina che girava lenta. Non piangeva quasi mai. Io mi sentivo fortunata, lo guardavo intenerita: mentre le altre raccontavano notti in bianco e crisi di pianto, io avevo un neonato che dormiva otto ore di fila.
Così, presa dalla gratitudine, non mi sono posta troppe domande e mi sono goduta la nostra prima estate insieme. Non sapevo che la sua tranquillità, così rassicurante, potesse nascondere un piccolo rischio. Non lo mettevo quasi mai a pancia in giù, quando lo facevo piangeva disperatamente e mi sembrava di fargli un torto.
Col tempo, però, ho iniziato a notare che faticava a sollevare la testa, che preferiva sempre la stessa posizione. È arrivata la diagnosi di plagiocefalia posizionale e, con essa, la consapevolezza che il suo sviluppo motorio era un po’ in ritardo. A catena, anche tutto il resto è slittato, gli aspetti motori e con essi tante esperienze di scoperta e autonomia: tutto si è verificato in forte ritardo, il rotolare, il gattonare, il mettersi seduto e infine il camminare, quando aveva già addirittura tre anni, nonostante da tempo mi fossi ormai attivata e avessimo cominciato un percorso di terapia intenso e faticoso per entrambi.
Oggi, guardandomi indietro, penso che avrei voluto che qualcuno mi avesse detto anche questo: che non tutti i bambini “tranquilli” stanno necessariamente bene così, che la calma non sempre è un segno di equilibrio, e che anche un bimbo quieto ha bisogno di stimoli, movimento e contatto.
Non per fargli “fare di più”, ma per fornirgli un supporto per una crescita armoniosa, il più possibile nel rispetto delle tappe di acquisizione delle competenze, requisito importante per uno sviluppo psicomotorio adeguato, per la costruzione dell’autostima e per un sereno inserimento tra i pari.
A cura di Beatrice Sacconi – Consigliere dell’OdA di NASCERE KLINEFELTER – APS