Genitori
QUELLO CHE AVREI VOLUTO SAPERE – Oltre la solita pappa.
04 Novembre 2026
CRESCERE INSIEME - Alimentazione

Quando è arrivato il momento dello svezzamento del mio primo figlio, un bambino con sindrome di Klinefelter, ricordo soprattutto una sensazione: la paura di sbagliare. Paura di non fare abbastanza, di proporre consistenze non adatte, di metterlo in difficoltà. Come molti genitori, cercavo indicazioni chiare, rassicurazioni, schemi da seguire. E così mi sono affidata al classico svezzamento “tradizionale”, senza sapere che esisteva anche un’altra possibilità: l’autosvezzamento.

Non scrivo questo per dire che esista un metodo migliore in assoluto. Ogni bambino è diverso, ogni famiglia ha il proprio equilibrio e ogni percorso merita rispetto. Però, se potessi tornare indietro, avrei voluto almeno sapere che l’autosvezzamento era un’opzione possibile per noi e avrei voluto che qualcuno mi guidasse nel conoscerne i fondamenti e gli aspetti pratici.

Spesso i nostri bambini possono presentare ipotonia oro-facciale, una minore competenza in termini di motricità fine o un lieve ritardo nel raggiungimento di alcune tappe motorie. Quando ci si trova in queste situazioni, è naturale pensare che serva “semplificare” tutto il più possibile. Anch’io l’ho pensato. Solo col tempo ho capito che, in alcuni casi e con le dovute attenzioni, proprio l’esperienza concreta con il cibo può diventare una piccola palestra di sviluppo.

Manipolare alimenti diversi, toccare consistenze, portare il cibo alla bocca, sperimentare forme e temperature: sono tutte attività che coinvolgono motricità fine, coordinazione, percezione sensoriale e consapevolezza corporea. Per un bambino che non presenti difficoltà importanti nella gestione della sicurezza alimentare, l’autosvezzamento può rappresentare non solo un modo di mangiare, ma anche un’occasione di crescita.

Io questa possibilità l’ho scoperta più tardi, con la mia seconda figlia. Probabilmente ero più serena, più esperta e meno spaventata. Avevo seguito un corso di disostruzione pediatrica, mi ero informata meglio sui tagli sicuri degli alimenti e sui principi della sicurezza a tavola. E soprattutto avevo capito che l’autosvezzamento non significa “lasciare fare tutto al bambino”, ma accompagnarlo gradualmente nella scoperta del cibo condividendo il momento del pasto.

Con mia figlia ho visto quanto potesse essere naturale offrire piccoli assaggi del cibo di famiglia adattati in modo sicuro, lasciarle esplorare, sporcarsi, scegliere tempi e modalità. E inevitabilmente ho pensato: “Avrei voluto sapere prima che questa possibilità esisteva”. Non necessariamente per applicarla in modo rigido o esclusivo. Forse non avrei fatto un autosvezzamento completo neppure con mio figlio. Ma avrei voluto avere uno strumento in più. Avrei voluto sapere che si potevano integrare alcuni principi dell’autosvezzamento anche in un percorso tradizionale: lasciare manipolare il cibo, proporre consistenze diverse, coinvolgere il bambino nel momento del pasto, favorire l’autonomia secondo i suoi tempi, non stare lì ad imboccare meccanicamente con la tecnica dell’aeroplanino.

Quando si cresce un bambino con una diagnosi, spesso si ha la sensazione di dover fare tutto “nel modo giusto”. Ma a volte ciò che aiuta davvero è sapere che esistono possibilità, alternative, strade da valutare insieme ai professionisti che seguono il bambino e alla propria famiglia.

Ecco quello che avrei voluto sapere: non che l’autosvezzamento fosse la scelta giusta per forza. Avrei semplicemente voluto sapere che, nel caso specifico del nostro bambino con sindrome di Klinefelter, conoscere l’autosvezzamento poteva costituire una ricchezza, offrire spunti e strumenti a noi genitori alle prese con un bambino che avrebbe potuto affrontare il pasto non solo come un momento da vivere serenamente in famiglia, ma allo stesso tempo come un tempo giocoso e stimolante.

 

a cura di Beatrice Sacconi – Vicepresidente di NASCERE KLINEFELTER – APS